Esse est percipi

sito-fotoIl tema del riconoscimento risulta essere centrale nella sofferenza di tantissime che persone che scelgono di iniziare una percorso di psicoterapia.

Molto spesso i nostri clienti hanno alle spalle storie fatte di traumi più o meno grossi e frequentemente legati a disconferme relazionali, che rischiano di diventare costitutive dell’esperienza del sé di ognuno di noi.

E’ difficile, infatti, che l’Altro rappresenti soltanto colui che si occupa della soddisfazione dei nostri bisogni primari. L’Altro è piuttosto colui che appaga il nostro desiderio innato di sentirci riconosciuti come vita umana.

Massimo Recalcati, nel suo libro Non è più come prima, scrive: “Ed è solo la risposta dell’Altro che può tradurre il grido in domanda d’amore e umanizzare la vita, sottraendola al buio pesto della notte. Quando invece questa risposta manca, quando l’Altro non risponde, quando il grido resta tale, inascoltato, lasciato rimbombare nel silenzio della notte, il processo di umanizzazione della vita si arresta e la vita emerge come vita spogliata di senso, vita gettata, vita perduta.” (Recalcati, 2014).

Dunque, poiché disconferme e rifiuti sono esperienze piuttosto frequenti nella vita di ognuno di noi, il problema sorge nel momento in cui queste si ripetono, ciclicamente, nel tempo.

Con la disconferma che noi diciamo all’altro: “Tu non esisti” ed infatti, finché gli altri non ci vedono, noi non esistiamo. A questo proposito, Gianfranco Cecchin era solito porre la domanda: “Chi è che ti vede?” o “Da chi vuoi essere visto?”.

“Riconoscimento e Disconferma”, Margherita Galli