“Essere mamme nella malattia” : la mia testimonianza.

“Essere mamme nell’esperienza di malattia”

Race For The Cure 2017

Dottoressa e ora come lo dico ai miei figli? 

Secondo lei cosa devo dire? Dico che ho un sassolino? Dico che ho il cancro? Come faccio a spiegargli che tra qualche giorno la mia testa sarà pelata? E se si accorgono che ho la parrucca? Dottoressa, come faccio che quando li guardo mi viene da piangere e loro mi chiedono “Mamma, che succede?”.

Faccio questo lavoro da sette anni anni e quando ho visto la prima donna con un problema oncologico, mamma di una bimba di due anni e mezzo, io avevo 23 anni. 

Era la prima volta che stavo in una stanza di terapia con un camicie addosso.

Era la prima volta che sentivo parlare così da vicino di un problema oncologico. 

Ero ancora una ragazzina, ero ancora solo una figlia.

Che ne sapevo io di cosa rispondere alle domande della mamma della piccola Vittoria? 

Ad oggi, quando una madre mi pone quelle domande, in realtà non faccio nient altro se non fermarmi a ragionare con lei. Che tipo di bambina é Vittoria? Cosa pensi che si vorrebbe sentire dire? Cosa pensi che possa sopportare di sentirsi dire? E se tu fossi Vittoria, se tu fossi stata al suo posto, che cosa ti saresti voluta sentir dire? E tu? Tu cosa pensi di riuscire a dirle? 

Licia, per esempio, andò con la piccola Vittoria a comprare tante parrucche diverse e tutti i pomeriggi, per almeno un’ora, si mettevano in mezzo al salotto e giocavano insieme al gioco delle signore. Un giorno erano due signore bionde dai capelli lunghi, un giorno erano due giovani ragazzine dai tagli di capelli strampalati. Quella era l’ora della giorno che sceglievano per ridere insieme.

La testa, ormai senza un capello, di Silvia, invece, si trasformò ben presto nell’altissima collina dalla quale i Lego del piccolo Pietro potevano guardare la vallata, per vedere se arrivavano i nemici. Quella era l’ora del giorno in cui Silvia poteva piangere a dirotto mentre Pietro rideva come un matto. 

Elena e Federica, invece, non si accorsero mai di niente. La loro mamma fece tutto di nascosto scegliendo l’opzione di una parrucca fissa, perché nessuno doveva accorgersi di niente. Non c’era un’ora del giorno nè per ridere nè per piangere. Tutto doveva rimanere così come era stato fino a quel momento.

Si, quando vidi la prima mamma in terapia ero ancora una ragazzina, non avevo esperienza, le mamme chiedevano a me come non sbagliare ma io stessa avevo paura di sbagliare nel dare a loro un determinato consiglio.

In realtà non dovette passare ancora molto tempo per capire una cosa di cui oggi sono certa: non esiste un modo giusto o sbagliato per comunicare agli altri il nostro dolore. Non esiste un modo solo e non esiste nemmeno un modo migliore di altri. Ognuno di noi, ogni mamma lo fa come può e come meglio riesce. 

C’è un’ultima cosa, in quella situazione di malattia, di cui oggi sono certa ed è l’amore. L’amore di quel legame così profondo, così unico, così ineguagliabile. L’amore che anche in quel momento ci fa comprendere ed accettare quasi ogni cosa. L’amore che ci fa essere, come figli, gli aiutanti migliori del mondo, anche se siamo attoniti ed apparentemente non abbiamo gesti e parole per aiutare le nostre mamme. L’ amore Che ci fa essere, come madri, le persone più forti della terra, anche se abbiamo perso i capelli, se siamo troppo stanche per giocare con i nostri figli, anche se ci scappa da piangere una volta in più. 

Allora, se mi chiedessero cosa mi ha insegnato, come psicologa, “essere mamme nella malattia” risponderei che mi ha fatto comprendere il significato più profondo della parola amore.